taji

Che cos’ è il Taiji Quan

Il Taiji Quan (Tai Chi Chuan) è un’arte che va sempre più diffondendosi negli ultimi anni in occidente. E’ un’arte marziale, anche se oggi viene proposta e praticata in molti modi e per differenti ragioni.

Per la precisione è un’arte marziale che è classificata come “interna”, che si propone, a differenza dell’arte marziale “esterna” , di fare uso di una qualità di energia diversa dalla forza fisica. Questa diversa energia è chiamata chi ( anche ji o qi e comunque si pronuncia “ci”), termine che esprime in realtà un concetto più ampio di quello che in genere in Occidente viene attribuito alla parola energia. Secondo la tradizione taoista, filosofia che sta alla base del Tai Ji Quan, il chi è l’energia della creazione. Tutto esiste grazie al chi , non vi è nulla la cui esistenza e sopravvivenza non ne dipenda.

Yin e Yang sono i due aspetti polari del campo di manifestazione di quest’energia, attributi di quel Tao inconoscibile e indescrivibile, infinito contenitore di tutti gli universi e di ogni aspetto della vita. Le illimitate variabili in cui Yin e Yang possono combinarsi, sono possibili grazie ai continui reciproci scambi di chi.

Questa energia che pervade ogni cosa pervade naturalmente anche l’essere umano che, dal canto suo, è strutturato come un modello in miniatura dell’universo. Questa similitudine, da intendersi in un rapporto macrocosmo/microcosmo, presenta dei collegamenti, delle possibilità, una sorta di porte d’accesso attraverso le quali l’uomo può aprirsi un varco verso la sua vera origine…

Nel Taiji l’attenzione non è posta sullo sviluppo dell’aggressività ma piuttosto del rilassamento, non sul piano dello scontro quanto su quello dell’armonia.

Le origini del Taiji Quan risalgono ufficialmente intorno al 1300, anche se le conoscenze che ne rappresentano le fondamenta filosofiche e pratiche sono ben più antiche. Nonostante ciò è un’arte marziale molto moderna e all’avanguardia che fornisce un sistema unico di concepire tanto l’avversario quanto il combattimento, tanto la propria condizione personale quanto la vita nelle sue più diverse sfumature. Lo studio del Taiji Quan si condensa prevalentemente nell’esecuzione di una sequenza di movimenti – chiamata “forma” – che si svolge in modo lento e continuo, fluido, morbido, lasciando appena intravedere la natura marziale che ne sta alla base, tanto che spesso il non addetto ai lavori lo scambia per una danza.

L’armonia e il rilassamento che esprime  il praticante esperto sono però il frutto di un lungo e paziente lavoro che riguarda non solo il corpo ma tutta la struttura della persona: la capacità di concentrarsi, l’equilibrio, le dinamiche emotive, la respirazione tutto viene coinvolto. Man mano che si esercita diviene in effetti un vero e proprio cammino di espressione del potenziale che ogni uomo cela in se stesso.

La cosa affascinante  in questa disciplina è che può essere una via alla conoscenza di sé e allo sviluppo di una maggiore consapevolezza nella vita.

“Può essere” e non “è” perché molto dipende da come viene praticata.

Stili di Taiji  Quan

Esistono cinque differenti Stili di Taiji Quan riconosciuti dal Governo Cinese, i quali sono collegati l’uno all’altro ed anche se i loro movimenti esterni sono un po’ differenti le energie interne sono le stesse.

Stile Chen 

sono movimenti rapidi e lenti combinati insieme con alcuni salti e passi pesanti. Forma antica e pugno lungo creati dalla 17ª generazione. È stato creato da Chen Wangting. Si divide in due rami: Grande Struttura (Dajia) e Piccola Struttura (Xiaojia). Oggi i rappresentanti della Grande Struttura sono Chen Zhenglei, Chen Xiao Wang, Wang Xian e Zhu Tian Cai (noti anche come i 4 guerrieri custodi di Budda). I rappresentanti della Piccola Struttura sono Chen Liqing, Chen Peishan e Chen Peiju.

Stile Yang

Yang Luchan ha imparato la forma antica da Chen Changxin, 14ª generazione della Famiglia Chen. I movimenti Yang sono lenti, omogenei, gentili, grandi e ampi. La discendenza dell’attuale famiglia Yang è: Yang Luchan – 1ª generazione, forma antica; Yang Jianhou – 2ª generazione, forma media; Yang Chengfu – 3ª generazione, grande forma. Ha diffuso il taiji nel mondo; Yang Zhenduo – 4ª generazione; Yang Jun – 6ª generazione. Il rappresentante attuale è Yang Zhenduo, 4ª generazione della famiglia Yang.

Stile Wu/Hao 

il 1° stile Wu deriva dagli stili Yang e Chen ed è lento, omogeneo, piccolo e la posizione è alta. Wu Yuxiang (Hao) ha studiato con Yang Banhou, 2ª generazione Yang, e poi con Chen Qingping, 14ª generazione Chen. La forma Wu/Hao è più piccola. È stato creato da Wu Yuxiang. Attualmente il rappresentate è Qiao Song Mao.

Stile Wu

il 2° stile Wu viene da Wu Quanyu che ha studiato con Yang Banhou. Viene praticato con piedi paralleli, più stretti e corpo inclinato. È stato creato da Wu Jianquan (figlio di Wu Quanyu). I suoi rappresentanti sono Li Bing Ci e Wang Pei Sheng.

Stile Sun

Il creatore, Sun Lutang, ha imparato da Hao Weijian. I movimenti combinano 3 stili di arti marziali interne insieme, taiji Wu/Hao, Xingyi e Bagua. Oggi è rappresentato da Sun Yong Tian e Sun Jian Yun.

All’inizio della pratica di quest’arte, ci si sente goffi, pesanti e rigidi nel movimento.

Le articolazioni sembrano deboli e rigide, le ginocchia spesso doloranti e la postura scorretta, come di chi porta un grande peso che lo opprime. Non si ha la minima consapevolezza del proprio corpo, del respiro e nemmeno del proprio spazio vitale. Si è pieni di pregiudizi verso tutto e tutti, compreso se stessi.

Si scopre nel tempo e con la pratica che questi atteggiamenti sono una condizione nella quale versa quasi tutto il genere umano. Tutto questo è molto più grave di quanto possa apparire a una prima e superficiale valutazione. Vivere in una condizione di tensione e chiusura alla vita, bloccare continuamente la propria espressione ed energia, sentirsi confinati all’interno di limiti irreali che solo condizionamenti e convenzioni hanno tracciato… tutto questo fa ammalare, e uccide lentamente la voglia di vivere, prima ancora di danneggiare il corpo e il sistema nervoso.

Il Taiji Quan insegna a “nuotare contro corrente“. Cura il corpo e lo spirito di chi lo esercita con costanza e passione, accompagnando passo dopo passo il praticante a esprimere livelli sempre maggiori di sensibilità.

All’inizio è indispensabile imparare a rilassare il corpo e la mente. Spesso dopo una giornata di lavoro, si è stanchi e appesantiti da mille problemi, che si riflettono anche sul corpo. La nostra cultura (occidentale) non insegna ad ascoltare il corpo, che invece è uno specchio della condizione generale della persona. Imparare a individuare contrazioni e tensioni fisiche, e quindi a rilasciare muscoli e tendini, non è solo il modo migliore di accostarsi al Taiji Quan ma anche un modo di aver cura di se stessi.

E’ fondamentale comprendere è che il Taiji Quan non può essere appreso in modo profondo attraverso lo “strumento mente”, perché la mente per capire ha la necessità di sezionare, separare e creare degli schemi, dei blocchi in cui inserire informazioni per produrre una comprensione razionale.

Invece il Taiji Quan è essenzialmente armonia : mente, corpo, sfera emotiva, determinazione, devono essere addestrati – senza che la mente si disperda in dubbi e domande che solo attraverso il lavoro pratico troveranno risposta – e operare contemporaneamente e con sinergia per produrre un’azione pura e generare così lo stato di “armonia”. In questo modo l’intima essenza del praticante affiora sempre di più, l’energia interna si libera e si sviluppa la vera intuizione, intesa come capacità di cogliere aspetti della vita in modo diverso, a partire da un ascolto profondo di se stessi e dell’ambiente nel quale  si vive.

All’inizio tutto questo è distante dalla condizione del principiante e i primi passi sono in genere tutt’altro che gratificanti. Quando s’inizia la pratica non si ha in genere la minima consapevolezza del corpo, del respiro e spesso destra e sinistra vengono confuse.

Così perfino il cercare di restare rilassati è un’impresa ardua. Eppure il rilassamento è fondamentale in questa pratica: senza di esso, il chi non può in nessun modo iniziare a circolare liberamente. Mantenerlo richiede un’attenzione continua e un ascolto del corpo costante, il che coinvolge necessariamente anche la mente, la quale, con amara scoperta, non riesce a rimanere focalizzata su un singolo punto per più di qualche secondo.

Un altro punto importante è l’osservazione delle dinamiche della mente, la quale andrebbe sempre mantenuta concentrata nel Tan Tien, un punto fondamentale della pratica del Taiji Quan, definibile semplicemente come il “baricentro fisico ed energetico dell’essere umano”, situato all’ incirca tre dita sotto l’ombelico e tre dita spostato verso la colonna vertebrale.

Nei tempi che furono  non esistevano spiegazioni razionali durante l’insegnamento e gli allievi  ripetevano nel modo più preciso possibile i gesti eseguiti dal maestro. Un atteggiamento che poco si adatta alla nostra società e ai nostri tempi, anche se indubbiamente ha molte valide ragioni. Erano tempi in cui non esistevano le armi da fuoco e la conoscenza di un’arte marziale faceva spesso la differenza. La fama dei maestri correva sulle ali del vento e chi era interessato a migliorare la sua tecnica e a divenire più forte viaggiava (spesso a piedi) per tutta la Cina sperando di incontrarli, ma senza nemmeno la certezza di poterli vedere. Ancor più frequentemente poi l’arte veniva tramandata unicamente ai parenti stretti, figli e nipoti, e neppure le figlie vi avevano accesso. Dunque chi poteva avvicinarsi all’insegnamento aveva delle motivazioni ben diverse dal mantenersi in forma o dal dissipare lo stress.

Nella moderna cultura occidentale invece pretendiamo di capire sempre tutto prima di saper fare. Ciò costituisce un serio problema, perché la maggior parte delle domande trova risposta solo nella pratica continua e costante e spesso non si fa che alimentare un’attività mentale già frenetica che finisce per generare nuovi dubbi. Così, più si lascia spazio al pensiero automatico e a un’imperiosa curiosità, più diventa inefficace la pratica.

Per molte persone è già un lusso potersi concedere una o due ore da dedicare a se stessi. Ecco allora che imparare a dominare la mente in un mondo che dalla mente è dominato diventa una cosa di estrema importanza, sia ai fini della pratica stessa sia per migliorare la qualità della vita.

Altro grande strumento del Taiji Quan è la respirazione. Quasi tutti i testi di Taiji Quan,  scritti da orientali, dicono che quando si pratica, il respiro deve essere naturale. Ed è incredibile come quasi tutti i lettori, occidentali, confondano “naturale” con “abituale“.

Il respiro, come il corpo, subisce i dannosi influssi delle traversie della vita. Nessuno vive respirando naturalmente. Sbloccare la respirazione è ancora più importante e più difficile che rilassare il corpo. Abitualmente il respiro è contratto, affannato, spesso il diaframma è rigido. Con calma e pazienza va reso equilibrato e aperto, affinché il respiro fluisca libero e naturale. Purtroppo lo stress induce all’Iperventilazione.

Il respiro è strettamente connesso alla sfera emotiva e mentale. Saperlo mantenere calmo e profondo significa rendere più calma anche l’attività del pensiero. Al contrario, quando si è tesi o arrabbiati, il respiro diventa corto, affannato, contratto. Interagire sul respiro significa modificare la condizione fisica emotiva e mentale. Non solo. Il respiro, insieme al cibo, è anche il veicolo attraverso il quale assorbiamo l’energia (chi) dall’ambiente, lo introduciamo nel corpo e, se le condizioni lo consentono, lo diffondiamo all’intero organismo. Ed è soprattutto di questo che si occupa il Taiji Quan, di generare una libera, corretta e potente circolazione di energia nell’organismo.

Il praticante a questo punto non è più un insieme di parti disarmoniche tra loro, pieno di tensioni e immerso in ogni genere di pensieri. Si muove in armonia cosciente di una reciproca interazione con l’ambiente e le persone che lo circondano, nutrendosi consapevolmente di quella stessa energia che vivifica ogni cosa intorno a lui. Con la crescente consapevolezza che quella stessa armonia potrà influenzare in modo armonico tutta la sua vita e i suoi rapporti, in famiglia, sul lavoro, le amicizie.

L’insegnamento

Così come nelle varie discipline/materie è necessario, anche nelle Arti Marziali, applicare e seguire un “metodo di ’insegnamento”, l’istruttore, deve conoscere quali sono i metodi psico – tecnici per affrontare con relativo successo, la didattica nel caso specifico dell’insegnamento del Taiji Quan.

1.    La valutazione di ingresso dell’allievo

L’ingresso di un nuovo allievo nella palestra, deve essere oggetto di “particolare” attenzione da parte dell’insegnante. Ciò non vuol dire sostituirsi al medico, (che rilascia al soggetto regolare certificazione per lo svolgimenti di attività sportiva) ma rilevare eventuali patologie evidenti della sua postura. E’ evidente che al di la degli esercizi “comuni” a tutti, alcuni soggetti potrebbero aver bisogno di esercizi alternativi/integrativi, allo scopo di contribuire, per quanto possibile ad un corretto allineamento posturale. L’obiettivo finale sarà quello di insegnare all’allievo a sviluppare la “CAPACITA’ PROPRIOCETTIVA”.

2.    La “ginnastica”

I Pa Tuan Chin (Otto pezzi di Broccato) costituiscono una serie di movimenti che consentono all’allievo, già dalle prime lezioni, di prendere confidenza con movimenti “lenti e controllati” che costringono il corpo, contrariamente alla routine quotidiana, a muoversi con armonia, controllo e soprattutto lentamente. Gli esercizi citati possono essere usati, in relazione alla loro esecuzione, come esercizi di stretching oppure come movimenti di Qi Gong, consentendoci di ottenere risultati diversi in relazione alla loro esecuzione.

3.    I “Fondamentali”

Il percorso dell’allievo, inizia con lo studio delle posture fondamentali.

E’ importante, intanto dare una definizione di “Posizione” e “Figura“.

Si definisce “posizione” una postura relativa alle sole gambe e tronco, si definisce invece “figura” una postura che comprende una posizione di gambe tronco e un atteggiamento delle braccia.

Contestualmente alla spiegazione della figura, è il caso di affrontare, a completamento dell’informazione, quelli che sono gli allineamenti del tronco (Zhun Ding) i 3 piani e i 3 assi ( Frontale, sagittale, traverso) del corpo umano.

schema_corporeo

Tutto ciò deve contribuire a costituire lo “SCHEMA CORPOREO“, che è l’immagine che abbiamo, in ogni momento, del nostro corpo e della sua posizione nello spazio, nel tempo e nell’ambiente.

La costituzione del nostro Rachide, nonché la sua funzione e costituzione, deve essere conosciuta dall’istruttore, in quanto i concetti di allineamento sono molto importanti sia per la pratica del Taiji Quan che per il corretto assetto e postura del corpo.

Riveste importanza anche la spiegazione delle relazioni fra varie parti del corpo umano, pensiero e Chi, che bisogna  tener presenti durante l’esecuzione delle tecniche:

1     Mano e piede
2     Gomito e ginocchio
3     Spalla ed anca
4     Tecnica e pensiero
5     Pensiero e Ch’i
6     Ch’i e forza

E’ proprio su questi concetti che l’istruttore troverà molta difficoltà nel trasferirli e nel farli attuare dall’allievo, in quanto moltissimi sono i fattori fisico-psicologici che influenzano la nostra postura.

4.    La  “Forma”

Gli aspetti che vanno considerati ai fini dell’insegnamento di una forma sono sostanzialmente due:

1) parte atletica
2) aspetto filosofico-culturale

Per quanto riguarda il punto 1), questo può essere a sua volta suddiviso in:

a) Esercizi preparatori
b) Schema della forma ed orientamento spaziale
c) Applicazioni del movimento
d) Peculiarità e caratteristiche

Parleremo quindi soltanto dell’insegnamento della forma nel suo aspetto più superficiale.

GLI ESERCIZI PREPARATORI

L’approccio alla forma deve essere sempre effettuato attraverso gli esercizi preparatori.

Questi comprendono sia una serie di esercizi di ginnastica che preparano la struttura corporea ad essere idonea allo svolgimento della forma, che una serie di movimenti (solitamente tratti dalla forma stessa) che allenano lo studente al movimento dinamico che richiederà la corretta esecuzione della forma stessa.

E’ con gli esercizi preliminari e propedeutici infatti che lo studente acquisirà le fondamentali doti di equilibrio e di coordinazione richieste dal livello di difficoltà della forma in studio.

Di contro, il perfezionamento delle su citate doti insieme allo sviluppo della “velocità di esecuzione”, della “intenzione” e del “respiro” si svilupperanno successivamente con la costante corretta e continua esecuzione della forma.

Terminata la prima fase di lavoro, l’insegnante sceglierà se cominciare subito con lo studio dello schema, o premettere lo studio superficiale delle applicazioni.

Ambedue gli approcci sono egualmente validi, e la scelta dell’uno o dell’altro dipenderà dalle caratteristiche psico-fisiche dello studente.

Di norma infatti lo studente più portato al combattimento o di mentalità più pratica, che necessiti psicologicamente di un immediato riscontro, apprende più facilmente ed in tempi più rapidi dando al movimento un senso pratico che solo l’applicazione può dare.

Lo studente che invece si avvicina alla forma per il piacere del movimento, realizzandosi nell’armonia dello stesso, per il quale l’applicazione nel combattimento rappresenta non il fine, ma una conseguenza dell’apprendimento, sarà più opportuno che inizi lo studio dallo schema base della forma.

STUDIO DELLO SCHEMA E  ORIENTAMENTO SPAZIALE

La forma va solitamente insegnata a sezioni, in quanto essa stessa è composta da serie di movimenti che possono essere estrapolati e costituire una sezione a se stante.
Intere sezioni o parte di esse erano  già presenti  negli esercizi preparatori.
Saranno ancora le caratteristiche psico-fisiche dello studente a far scegliere all’insegnante se far studiare superficialmente tutta la forma per poi approfondirla successivamente, o procedere  più lentamente, sezione per sezione, ma in  maniera più approfondita.
I tempi di insegnamento sono sovrapponibili, e la scelta del metodo dipenderà, come già detto, dalle qualità dello studente, e non dal capriccio dell’insegnante.

LE APPLICAZIONI

Capitolo importantissimo nello studio della Forma, le applicazioni costituiscono  “l’anima” della forma stessa.
Le applicazioni  aiuteranno la crescita e lo sviluppo dello studente.
Ogni movimento della forma racchiude in se un concetto sul quale si sviluppa l’  applicazione dello stesso.
La disamina dell’applicazione, porterà lo studente allo studio ed alla riscoperta delle possibili varianti del movimento, sempre però nel rispetto del concetto che quel movimento  contiene.
E’ interessante constatare come lo studente cambi radicalmente il modo di interpretare la forma passando da un livello di applicazioni a quello superiore.

LE PECULIARITA’

Ultima fase di studio sono le “Peculiarità” della forma.
Intendiamo per peculiarità una caratteristica tipica che si discosta dai canoni comuni che avvicinano i vari stili.
Premesso che non tutte le Forme  posseggono peculiarità, la conoscenza di queste caratteristiche completa e valorizza la forma.

5.    Lo studio delle “armi”

L’impiego di un’arma nel Taiji Quan costituisce lo step successivo allo studio delle forme a mani nude.

La considerazione sopra espressa, è frutto della mia personale esperienza nel Taiji Quan, che mi ha evidenziato come, con un’arma in mano gli equilibri del corpo cambiano completamente: è più difficile muoversi, e soprattutto, il Chi (l’Energia Interna) che dovrebbe raggiungere l’apice dell’arma, se va bene, si ferma al polso e alla mano, e l’ arma perde “vigore”, rimanendo solo un oggetto nella mano dell’ allievo, completamente estraneo al suo essere.

E’ evidente che l’uso del Ventaglio e l’uso della Spada non sono la stessa cosa, ognuno ha delle difficoltà legate alle caratteristiche dell’arma stessa.

Il ventaglio, è un’ arma piccola  molto coreografica, potenzialmente dotata di grande personalità, il rischio è quello di praticare la forma e farla sembrare una coreografia di danza invece che un combattimento.
L’ esecuzione della forma, infatti, esalta le qualità di grazia, eleganza, leggerezza, mentre la  “marzialità”, se non evidenziata espressamente dal praticante, può risultare nascosta.
Per questa ragione è necessario ricordare all’allievo che il ventaglio è un’arma a tutti gli effetti.
Una seria difficoltà nell’esecuzione della forma con il ventaglio, sta nel fatto che il momento dell’apertura dello stesso bisogna mantenere tutto il corpo rilassato, interessando solo il polso per il movimento di apertura indirizzando l’intenzione sull’apice del ventaglio.

La spada, invece, ha dimensioni e peso indubbiamente diversi rispetto il ventaglio, e ciò crea altri tipi di difficoltà.
Inizialmente è solo la mano di una praticante che impugna un’ “arma sportiva” (un attrezzo più o meno pesante a cui è attaccata una barra piatta di metallo) per eseguire semplicemente una serie di movimenti preordinati , una “forma”, ovvero una sequenza di parate, colpi e affondi.

Il tutto si ripete e si ripete, fino a che non si memorizza grossolanamente la concatenazione dei movimenti.
Questa ripetizione continua di sequenze, diventa, una ricerca silenziosa di perfezione del gesto e armonia della forma.

…la spada non deve essere tenuta serrata nel pugno, ne tanto meno consentirgli di muoversi liberamente a seguito del suo peso,…ma va gestita come se fosse il “sesto dito2 della nostra mano…

Agile, leggera, la sensazione è quella di  volare con la Spada in mano, ma nello stesso tempo, molto “marziale”: precisa ed efficace nell’affondare i colpi.
Il movimento parte dal centro del corpo, dal Tan Tien, e si irradia attraversando tutto il corpo, fino alla punta della Spada, creando un’ armonia eccelsa di forma, potenza e stile.
L’ aspirazione ultima è quella di diventare un tutt’uno con la Spada, un insieme unico dove i movimenti diventano istintivi.

Lo studio delle Forme a mani nude e quello delle armi del  Taiji Quan rappresenta, da sempre la ricerca di una “Armonia” interiore ed esteriore.

Sapere in quale posizione ci si trova, sempre, anche ad occhi chiusi, migliora la nostra capacità di reagire ad eventuali stimoli esterni tendenti ad alterare la nostra posizione nello spazio. Ma come fa il nostro corpo a mantenersi in equilibrio e a stare eretto? Come riesce a rispondere sempre nella maniera migliore alle continue sollecitazioni che riceve dal mondo esterno?
È una complessa struttura anatomica, che si compone di centri e vie nervose e di strutture, come ad esempio i muscoli, che rispondono ai comandi che arrivano dal sistema nervoso. C’è un continuo scambio di messaggi tra l’ambiente esterno e quello interno, quasi una centrale telefonica che smista le informazioni tra muscoli, tendini e sistema nervoso centrale. Questo particolare sistema dà vita a una sensibilità particolare, che si chiama propriocettività.
La capacità propriocettiva è una particolare sensibilità, grazie alla quale l’organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno. Infatti, non sono solo la vista, l’udito o il tatto a informare come si posiziona il corpo nella realtà, ma la sensibilità propriocettiva che permette di sentire il movimento di un braccio o di una gamba anche quando gli occhi sono chiusi e consente al corpo di muoversi al meglio.

La propriocettività è una componente importante dei meccanismi che controllano e stabilizzano la postura, cioè la capacità di mantenere una posizione del corpo e degli arti e il loro orientamento nello spazio. Per eseguire un movimento sono necessari continui “aggiustamenti” posturali; ancora più importanti appaiono questi aggiustamenti nelle attività sportive: l’esecuzione del gesto tecnico richiede modifiche continue della posizione del corpo, in assenze delle quali l’atleta non sarebbe in grado di mantenere l’equilibrio. Lo stesso vale, più banalmente quando si passa da un appoggio su due piedi a un appoggio su un piede solo, oppure quando si devono salire le scale. Ogni volta che ci si mette in una situazione di “disequilibrio”, il sistema nervoso reagisce fornendo una immediata risposta ai “sensori” che lo avvertono della instabilità pericolosa. Si attuano subito degli automatismi che “risistemano” il corpo nello spazio. Non si tratta di risposte volontarie, che richiederebbero un tempo troppo lungo, ma automatismi inconsapevoli: esiste un “programma” già impostato che l’organismo applica senza sforzo.

I PROPRIOCETTORI

Le informazioni vengono smistate al sistema nervoso centrale dai propriocettori. Questi consistono in strutture specializzate (presenti nelle articolazioni, nei muscoli e nella cute), che inviano messaggi, assieme ad altre strutture specializzate, come gli occhi incaricati di mandare informazioni visive, l’orecchio interno che avverte della situazione di equilibrio (informazioni vestibolari), le viscere sensibili al benessere e al dolore.
Tutte queste informazioni giungono al sistema nervoso centrale, dove viene elaborata una risposta, che viene immediatamente “rimandata” ai muscoli, dove si traduce nell’esecuzione di movimenti poco dispendiosi e coordinati.

I CANALI DI PERCEZIONE

Qualcuno percepisce il mondo principalmente tramite la vista, altri attraverso l’udito e altri ancora tramite il tatto. La realtà viene di solito percepita dal canale predominante, che, nella cultura occidentale, la vista, seguita dall’udito.
Canale visivo = vedere
Canale uditivo = sentire
Canale propriocettivo = toccare/sentire il corpo
Canale cinestesico = muoversi

LA PERCEZIONE DEL CORPO NELLO SPAZIO

Di solitamente non si avverte la differenza tra una posizione e un’altra; per esempio, si conosce poco la diversità delle sensazioni provate nel ruotare a destra o a sinistra la testa; così, come non si possiede la consapevolezza del proprio corpo e di parte di esso nello spazio. Dovremmo imparare, chiudendo gli occhi, a percepire gli stimoli che ci arrivano dall’ambiente esterno, diventandone consapevoli. Dovremmo imparare a “sentire” la parte del corpo che si muove e avvertirne il peso, il calore, la sua posizione nello spazio. L’autopercezione aiuta a prendere coscienza di tutti i cambiamenti, anche i più piccoli, che avvengono nel corpo.
Ecco qualche esempio: che sensazione si prova quando si muove il braccio in una direzione? E in quella opposta? Iniziare ad ascoltare e cercare di percepire le sensazioni di rigidità, di contrazione, di rilassamento, di caldo e di freddo. Sforzarsi di sentire il corpo e di capire cosa vuole comunicare.
Anche nella respirazione si creano micromovimenti che le singole vertebre producono continuamente quando si respira. Si deve iniziare ad avere coscienza del corpo nello spazio; rieducare l’atteggiamento corporeo, modificare i vizi di posizione che si accentuano con il passare del tempo, evitare movimenti ripetitivi sbagliati.

LA PROPRIOCEZIONE

Il concetto di propriocezione o priopriocettività si è sviluppato e modificato nel tempo. Oggi, grazie ai più recenti studi scientifici, si possono distinguere una componente cosciente, detta “propriocezione“, e una incosciente chiamata “archeopropriocezione“.

La propriocezione cosciente

La propriocezione cosciente comprende:

1 la sensazione di posizione articolare: questa avverte della posizione in cui si trova un arto. Per esempio, quando si tiene un braccio alzato, fermo sopra la testa, anche se non lo si guarda, l’organismo sente che è in quella posizione.
2 La sensazione del movimento articolare (cinestesia): se si muove il braccio, si avverte il suo movimento nello spazio.

 

L’Archeopropriocezione incosciente

Quando si cammina, ci si rende conto dell’ambiente circostante senza pensare ai muscoli che si muovono, all’equilibrio, alla postura. Tutto funziona in automatico. Questa è l’archeopropriocezione incosciente, che è alla base dei riflessi che rendono stabile il corpo. È un sistema automatico che non coinvolge la coscienza.
Essa interessa le strutture più primitive sviluppate nel corso dell’evoluzione: il midollo spinale e il tronco dell’encefalo, cioè la massa cerebrale contenuta nel cranio (cervello, cervelletto, midollo allungato).

POSTURA E CARATTERE

Lo psicologo Willem Reich, che ha introdotto il concetto di “armatura caratteriale“, ssteneva che il carattere si esprime negli atteggiamenti posturali, nelle posizioni che si assumono e non solo nelle espressioni e comportamenti tipici della persona.
L’armatura caratteriale influenza lo sguardo, il tono della voce, il ritmo delle parole. Altrettanto può fare con la respirazione, provocando rigidità muscolari croniche. Lowen ha perfezionato il concetto, evidenziando come ogni blocco emotivo possa comportare un blocco nel flusso di energia, ostacolando respiro e movimento.
I “conflitti” si strutturano nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche e come tutte le armature, anche quella caratteriale limita la motilità e la sensibilità e, attraverso una respirazione inadeguata, causa un aumento dell’ansia e dell’irritabilità. Il lavoro sul corpo aiuta a percepire la propria rigidità come limitazione all’auto espressione. Per Painter questa “armatura” spesso impedisce la fuoriuscita delle emozioni che sono state congelate, trattenendo energia. È come se il corpo esprimesse un rifiuto di crescere e di vivere, a causa di blocchi del passato creati per proteggersi da esperienze spiacevoli, ma che persistono come se il pericolo fosse ancora atteso. La ginnastica propriocettiva, con l’aiuto di trattamenti psicologici, aiuta a togliere questa armatura.

qi_gong

Il Qi Gong è la scienza cinese della respirazione, prende il nome dalle due parole da cui è composta: Ci (o Chi o C’hi o Qi) che vuol dire respiro, aria,  “energia vitale”), e Kung, che significa esercizio, quindi letteralmente Qi Gong = “esercizio di respirazione“. E’ difficile stabilire con certezza quali siano le origini del Qi Gong, infatti esso può vantare una storia millenaria in cui nella realtà e nella leggenda, sciamani dei primordi ed eminenti personalità della Cina Classica hanno contribuito alla sua creazione.

E’ certo che il Qi Gong, nella forma in cui lo conosciamo oggi, era una branca del Taoismo: già Lao Tzu, suo fondatore, sottolineò l’importanza della respirazione (insieme all’alimentazione e ad alcune regole igieniche) come strumento per il raggiungimento dell’immortalità e dell’estasi. Ma fù un altro grande padre del Taoismo, Chuang Tzu, vissuto nel III secolo a.C., a raffinare le tecniche di respirazione e ad unirle con la meditazione.

Il Qi Gong si fonda sul fatto che ogni individuo possiede dentro di se una benefica energia vitale interiore, impossibile da localizzare in un punto esatto del corpo umano, ma canalizzabile in qualsiasi punto dell’organismo grazie all’esercizio respiratorio e alla meditazione.

Mentre in Occidente il Qi Gong è conosciuto principalmente dai praticanti di Arti Marziali, in Oriente il Qi Gong è una scienza studiata e conosciuta da tutti, tanto che sono stati classificati 260 modi di respirare. Esso è praticato in molti ospedali per curare i malati.

Esistono quattro “scuole” di Qi Gong:

CONFUCIANI: il cui obiettivo è quello di accrescere la forza fisica per adempiere meglio ai propri doveri quotidiani.
GUARITORI: il cui obiettivo è quello di accrescere l’equilibrio del chi per il benessere del corpo.
TAOISTI: (origine Cinese) il cui obiettivo è quello di conquistare l’immortalità e l’estasi con la pratica del Qi Gong e dell’Alchimia Corporea.
BUDDHISTI: (origine Indiana) il cui obiettivo è rasserenare la mente e favorire la circolazione del Chi attraverso la meditazione e gli esercizi di respirazione.

 

Benefici

I benefici del Qi Gong sono notevoli; la respirazione è, infatti una delle funzioni vitali dell’Uomo, che nasce inspirando e muore espirando, mentre durante il suo ciclo vitale si “nutre” d’aria.

Seppure sia una cosa del tutto naturale, spesso trascuriamo l’importanza di una corretta respirazione, e , se riuscissimo a dedicare, anche solo, pochi minuti al giorno a queste tecniche, otterremmo considerevoli effetti:

  •     Maggior volume di scambi gassosi a livello polmonare
  •     Stimolazione degli organi interni per l’azione meccanica del diaframma
  •     Miglioramento della risposta fisica e mentale allo sforzo
  •     Allontanamento della soglia della fatica
  •     Favorire l’accumulo di energia apportando nutrimento ai muscoli
  •     Promuove il rilassamento muscolare e la distensione mentale, combattendo lo stress e predisponendo a impegni gravosi
  •    Il rilassamento psicofisico, conseguente al punto precedente, è il terreno fertile, per la spontanea presa di coscienza del proprio mondo interiore e con questa nuova consapevolezza armonizzarsi ai fenomeni naturali.

Naturalmente questi sono gli aspetti più superficiali di tale pratica.

Wai Dan e Nei Dan

I diversi metodi di Qi Gong si possono raggruppare in due famiglie:

  •     i sistemi Wai Dan agiscono principalmente a livello osteo-articolare e muscolo-tendineo, dando più risalto al movimento, mentre respirazione e visualizzazione sono da esso condizionati;
  •     i metodi Nei Dan riguardano principalmente l’aspetto cardio-vascolare ed energetico, mettendo in primo piano la respirazione e la visualizzazione; il movimento ricopre un aspetto secondario, a volte irrisorio, tanto che molti sistemi prevedono l’immobilità.

Il più delle volte le sequenze Nei Dan sono un insieme di movimenti estrapolati dalle “Forme” dello stile di riferimento, tipo: Taiji Quan, Ba Qua, Shaolin, ecc.; ma è l’assumere e mantenere determinate posture, concentrandosi sul respiro, i suoi ritmi, la sua profondità e visualizzando o recitando formule verbali (simili ai “mantra”) l’aspetto primario di questo tipo di Qi Gong.

Comunque Wai Dan e Nei Dan sono complementari, l’uno senza l’altro risulta poco efficace; insieme concorrono all’ottimizzazione del lavoro energetico e del rinnovamento cellulare, in una parola del “lavoro interno”.

+ Taiji Quan

taji

Che cos’ è il Taiji Quan

Il Taiji Quan (Tai Chi Chuan) è un’arte che va sempre più diffondendosi negli ultimi anni in occidente. E’ un’arte marziale, anche se oggi viene proposta e praticata in molti modi e per differenti ragioni.

Per la precisione è un’arte marziale che è classificata come “interna”, che si propone, a differenza dell’arte marziale “esterna” , di fare uso di una qualità di energia diversa dalla forza fisica. Questa diversa energia è chiamata chi ( anche ji o qi e comunque si pronuncia “ci”), termine che esprime in realtà un concetto più ampio di quello che in genere in Occidente viene attribuito alla parola energia. Secondo la tradizione taoista, filosofia che sta alla base del Tai Ji Quan, il chi è l’energia della creazione. Tutto esiste grazie al chi , non vi è nulla la cui esistenza e sopravvivenza non ne dipenda.

Yin e Yang sono i due aspetti polari del campo di manifestazione di quest’energia, attributi di quel Tao inconoscibile e indescrivibile, infinito contenitore di tutti gli universi e di ogni aspetto della vita. Le illimitate variabili in cui Yin e Yang possono combinarsi, sono possibili grazie ai continui reciproci scambi di chi.

Questa energia che pervade ogni cosa pervade naturalmente anche l’essere umano che, dal canto suo, è strutturato come un modello in miniatura dell’universo. Questa similitudine, da intendersi in un rapporto macrocosmo/microcosmo, presenta dei collegamenti, delle possibilità, una sorta di porte d’accesso attraverso le quali l’uomo può aprirsi un varco verso la sua vera origine…

Nel Taiji l’attenzione non è posta sullo sviluppo dell’aggressività ma piuttosto del rilassamento, non sul piano dello scontro quanto su quello dell’armonia.

Le origini del Taiji Quan risalgono ufficialmente intorno al 1300, anche se le conoscenze che ne rappresentano le fondamenta filosofiche e pratiche sono ben più antiche. Nonostante ciò è un’arte marziale molto moderna e all’avanguardia che fornisce un sistema unico di concepire tanto l’avversario quanto il combattimento, tanto la propria condizione personale quanto la vita nelle sue più diverse sfumature. Lo studio del Taiji Quan si condensa prevalentemente nell’esecuzione di una sequenza di movimenti – chiamata “forma” – che si svolge in modo lento e continuo, fluido, morbido, lasciando appena intravedere la natura marziale che ne sta alla base, tanto che spesso il non addetto ai lavori lo scambia per una danza.

L’armonia e il rilassamento che esprime  il praticante esperto sono però il frutto di un lungo e paziente lavoro che riguarda non solo il corpo ma tutta la struttura della persona: la capacità di concentrarsi, l’equilibrio, le dinamiche emotive, la respirazione tutto viene coinvolto. Man mano che si esercita diviene in effetti un vero e proprio cammino di espressione del potenziale che ogni uomo cela in se stesso.

La cosa affascinante  in questa disciplina è che può essere una via alla conoscenza di sé e allo sviluppo di una maggiore consapevolezza nella vita.

“Può essere” e non “è” perché molto dipende da come viene praticata.

+ Stili del Taiji

Stili di Taiji  Quan

Esistono cinque differenti Stili di Taiji Quan riconosciuti dal Governo Cinese, i quali sono collegati l’uno all’altro ed anche se i loro movimenti esterni sono un po’ differenti le energie interne sono le stesse.

Stile Chen 

sono movimenti rapidi e lenti combinati insieme con alcuni salti e passi pesanti. Forma antica e pugno lungo creati dalla 17ª generazione. È stato creato da Chen Wangting. Si divide in due rami: Grande Struttura (Dajia) e Piccola Struttura (Xiaojia). Oggi i rappresentanti della Grande Struttura sono Chen Zhenglei, Chen Xiao Wang, Wang Xian e Zhu Tian Cai (noti anche come i 4 guerrieri custodi di Budda). I rappresentanti della Piccola Struttura sono Chen Liqing, Chen Peishan e Chen Peiju.

Stile Yang

Yang Luchan ha imparato la forma antica da Chen Changxin, 14ª generazione della Famiglia Chen. I movimenti Yang sono lenti, omogenei, gentili, grandi e ampi. La discendenza dell’attuale famiglia Yang è: Yang Luchan – 1ª generazione, forma antica; Yang Jianhou – 2ª generazione, forma media; Yang Chengfu – 3ª generazione, grande forma. Ha diffuso il taiji nel mondo; Yang Zhenduo – 4ª generazione; Yang Jun – 6ª generazione. Il rappresentante attuale è Yang Zhenduo, 4ª generazione della famiglia Yang.

Stile Wu/Hao 

il 1° stile Wu deriva dagli stili Yang e Chen ed è lento, omogeneo, piccolo e la posizione è alta. Wu Yuxiang (Hao) ha studiato con Yang Banhou, 2ª generazione Yang, e poi con Chen Qingping, 14ª generazione Chen. La forma Wu/Hao è più piccola. È stato creato da Wu Yuxiang. Attualmente il rappresentate è Qiao Song Mao.

Stile Wu

il 2° stile Wu viene da Wu Quanyu che ha studiato con Yang Banhou. Viene praticato con piedi paralleli, più stretti e corpo inclinato. È stato creato da Wu Jianquan (figlio di Wu Quanyu). I suoi rappresentanti sono Li Bing Ci e Wang Pei Sheng.

Stile Sun

Il creatore, Sun Lutang, ha imparato da Hao Weijian. I movimenti combinano 3 stili di arti marziali interne insieme, taiji Wu/Hao, Xingyi e Bagua. Oggi è rappresentato da Sun Yong Tian e Sun Jian Yun.

+ Pratica del Taiji Quan

All’inizio della pratica di quest’arte, ci si sente goffi, pesanti e rigidi nel movimento.

Le articolazioni sembrano deboli e rigide, le ginocchia spesso doloranti e la postura scorretta, come di chi porta un grande peso che lo opprime. Non si ha la minima consapevolezza del proprio corpo, del respiro e nemmeno del proprio spazio vitale. Si è pieni di pregiudizi verso tutto e tutti, compreso se stessi.

Si scopre nel tempo e con la pratica che questi atteggiamenti sono una condizione nella quale versa quasi tutto il genere umano. Tutto questo è molto più grave di quanto possa apparire a una prima e superficiale valutazione. Vivere in una condizione di tensione e chiusura alla vita, bloccare continuamente la propria espressione ed energia, sentirsi confinati all’interno di limiti irreali che solo condizionamenti e convenzioni hanno tracciato… tutto questo fa ammalare, e uccide lentamente la voglia di vivere, prima ancora di danneggiare il corpo e il sistema nervoso.

Il Taiji Quan insegna a “nuotare contro corrente“. Cura il corpo e lo spirito di chi lo esercita con costanza e passione, accompagnando passo dopo passo il praticante a esprimere livelli sempre maggiori di sensibilità.

All’inizio è indispensabile imparare a rilassare il corpo e la mente. Spesso dopo una giornata di lavoro, si è stanchi e appesantiti da mille problemi, che si riflettono anche sul corpo. La nostra cultura (occidentale) non insegna ad ascoltare il corpo, che invece è uno specchio della condizione generale della persona. Imparare a individuare contrazioni e tensioni fisiche, e quindi a rilasciare muscoli e tendini, non è solo il modo migliore di accostarsi al Taiji Quan ma anche un modo di aver cura di se stessi.

E’ fondamentale comprendere è che il Taiji Quan non può essere appreso in modo profondo attraverso lo “strumento mente”, perché la mente per capire ha la necessità di sezionare, separare e creare degli schemi, dei blocchi in cui inserire informazioni per produrre una comprensione razionale.

Invece il Taiji Quan è essenzialmente armonia : mente, corpo, sfera emotiva, determinazione, devono essere addestrati – senza che la mente si disperda in dubbi e domande che solo attraverso il lavoro pratico troveranno risposta – e operare contemporaneamente e con sinergia per produrre un’azione pura e generare così lo stato di “armonia”. In questo modo l’intima essenza del praticante affiora sempre di più, l’energia interna si libera e si sviluppa la vera intuizione, intesa come capacità di cogliere aspetti della vita in modo diverso, a partire da un ascolto profondo di se stessi e dell’ambiente nel quale  si vive.

All’inizio tutto questo è distante dalla condizione del principiante e i primi passi sono in genere tutt’altro che gratificanti. Quando s’inizia la pratica non si ha in genere la minima consapevolezza del corpo, del respiro e spesso destra e sinistra vengono confuse.

Così perfino il cercare di restare rilassati è un’impresa ardua. Eppure il rilassamento è fondamentale in questa pratica: senza di esso, il chi non può in nessun modo iniziare a circolare liberamente. Mantenerlo richiede un’attenzione continua e un ascolto del corpo costante, il che coinvolge necessariamente anche la mente, la quale, con amara scoperta, non riesce a rimanere focalizzata su un singolo punto per più di qualche secondo.

Un altro punto importante è l’osservazione delle dinamiche della mente, la quale andrebbe sempre mantenuta concentrata nel Tan Tien, un punto fondamentale della pratica del Taiji Quan, definibile semplicemente come il “baricentro fisico ed energetico dell’essere umano”, situato all’ incirca tre dita sotto l’ombelico e tre dita spostato verso la colonna vertebrale.

Nei tempi che furono  non esistevano spiegazioni razionali durante l’insegnamento e gli allievi  ripetevano nel modo più preciso possibile i gesti eseguiti dal maestro. Un atteggiamento che poco si adatta alla nostra società e ai nostri tempi, anche se indubbiamente ha molte valide ragioni. Erano tempi in cui non esistevano le armi da fuoco e la conoscenza di un’arte marziale faceva spesso la differenza. La fama dei maestri correva sulle ali del vento e chi era interessato a migliorare la sua tecnica e a divenire più forte viaggiava (spesso a piedi) per tutta la Cina sperando di incontrarli, ma senza nemmeno la certezza di poterli vedere. Ancor più frequentemente poi l’arte veniva tramandata unicamente ai parenti stretti, figli e nipoti, e neppure le figlie vi avevano accesso. Dunque chi poteva avvicinarsi all’insegnamento aveva delle motivazioni ben diverse dal mantenersi in forma o dal dissipare lo stress.

Nella moderna cultura occidentale invece pretendiamo di capire sempre tutto prima di saper fare. Ciò costituisce un serio problema, perché la maggior parte delle domande trova risposta solo nella pratica continua e costante e spesso non si fa che alimentare un’attività mentale già frenetica che finisce per generare nuovi dubbi. Così, più si lascia spazio al pensiero automatico e a un’imperiosa curiosità, più diventa inefficace la pratica.

Per molte persone è già un lusso potersi concedere una o due ore da dedicare a se stessi. Ecco allora che imparare a dominare la mente in un mondo che dalla mente è dominato diventa una cosa di estrema importanza, sia ai fini della pratica stessa sia per migliorare la qualità della vita.

+ Il Respiro

Altro grande strumento del Taiji Quan è la respirazione. Quasi tutti i testi di Taiji Quan,  scritti da orientali, dicono che quando si pratica, il respiro deve essere naturale. Ed è incredibile come quasi tutti i lettori, occidentali, confondano “naturale” con “abituale“.

Il respiro, come il corpo, subisce i dannosi influssi delle traversie della vita. Nessuno vive respirando naturalmente. Sbloccare la respirazione è ancora più importante e più difficile che rilassare il corpo. Abitualmente il respiro è contratto, affannato, spesso il diaframma è rigido. Con calma e pazienza va reso equilibrato e aperto, affinché il respiro fluisca libero e naturale. Purtroppo lo stress induce all’Iperventilazione.

Il respiro è strettamente connesso alla sfera emotiva e mentale. Saperlo mantenere calmo e profondo significa rendere più calma anche l’attività del pensiero. Al contrario, quando si è tesi o arrabbiati, il respiro diventa corto, affannato, contratto. Interagire sul respiro significa modificare la condizione fisica emotiva e mentale. Non solo. Il respiro, insieme al cibo, è anche il veicolo attraverso il quale assorbiamo l’energia (chi) dall’ambiente, lo introduciamo nel corpo e, se le condizioni lo consentono, lo diffondiamo all’intero organismo. Ed è soprattutto di questo che si occupa il Taiji Quan, di generare una libera, corretta e potente circolazione di energia nell’organismo.

Il praticante a questo punto non è più un insieme di parti disarmoniche tra loro, pieno di tensioni e immerso in ogni genere di pensieri. Si muove in armonia cosciente di una reciproca interazione con l’ambiente e le persone che lo circondano, nutrendosi consapevolmente di quella stessa energia che vivifica ogni cosa intorno a lui. Con la crescente consapevolezza che quella stessa armonia potrà influenzare in modo armonico tutta la sua vita e i suoi rapporti, in famiglia, sul lavoro, le amicizie.

+ Evoluzione
+ Insegnamento

L’insegnamento

Così come nelle varie discipline/materie è necessario, anche nelle Arti Marziali, applicare e seguire un “metodo di ’insegnamento”, l’istruttore, deve conoscere quali sono i metodi psico – tecnici per affrontare con relativo successo, la didattica nel caso specifico dell’insegnamento del Taiji Quan.

1.    La valutazione di ingresso dell’allievo

L’ingresso di un nuovo allievo nella palestra, deve essere oggetto di “particolare” attenzione da parte dell’insegnante. Ciò non vuol dire sostituirsi al medico, (che rilascia al soggetto regolare certificazione per lo svolgimenti di attività sportiva) ma rilevare eventuali patologie evidenti della sua postura. E’ evidente che al di la degli esercizi “comuni” a tutti, alcuni soggetti potrebbero aver bisogno di esercizi alternativi/integrativi, allo scopo di contribuire, per quanto possibile ad un corretto allineamento posturale. L’obiettivo finale sarà quello di insegnare all’allievo a sviluppare la “CAPACITA’ PROPRIOCETTIVA”.

2.    La “ginnastica”

I Pa Tuan Chin (Otto pezzi di Broccato) costituiscono una serie di movimenti che consentono all’allievo, già dalle prime lezioni, di prendere confidenza con movimenti “lenti e controllati” che costringono il corpo, contrariamente alla routine quotidiana, a muoversi con armonia, controllo e soprattutto lentamente. Gli esercizi citati possono essere usati, in relazione alla loro esecuzione, come esercizi di stretching oppure come movimenti di Qi Gong, consentendoci di ottenere risultati diversi in relazione alla loro esecuzione.

3.    I “Fondamentali”

Il percorso dell’allievo, inizia con lo studio delle posture fondamentali.

E’ importante, intanto dare una definizione di “Posizione” e “Figura“.

Si definisce “posizione” una postura relativa alle sole gambe e tronco, si definisce invece “figura” una postura che comprende una posizione di gambe tronco e un atteggiamento delle braccia.

Contestualmente alla spiegazione della figura, è il caso di affrontare, a completamento dell’informazione, quelli che sono gli allineamenti del tronco (Zhun Ding) i 3 piani e i 3 assi ( Frontale, sagittale, traverso) del corpo umano.

schema_corporeo

Tutto ciò deve contribuire a costituire lo “SCHEMA CORPOREO“, che è l’immagine che abbiamo, in ogni momento, del nostro corpo e della sua posizione nello spazio, nel tempo e nell’ambiente.

La costituzione del nostro Rachide, nonché la sua funzione e costituzione, deve essere conosciuta dall’istruttore, in quanto i concetti di allineamento sono molto importanti sia per la pratica del Taiji Quan che per il corretto assetto e postura del corpo.

Riveste importanza anche la spiegazione delle relazioni fra varie parti del corpo umano, pensiero e Chi, che bisogna  tener presenti durante l’esecuzione delle tecniche:

1     Mano e piede
2     Gomito e ginocchio
3     Spalla ed anca
4     Tecnica e pensiero
5     Pensiero e Ch’i
6     Ch’i e forza

E’ proprio su questi concetti che l’istruttore troverà molta difficoltà nel trasferirli e nel farli attuare dall’allievo, in quanto moltissimi sono i fattori fisico-psicologici che influenzano la nostra postura.

4.    La  “Forma”

Gli aspetti che vanno considerati ai fini dell’insegnamento di una forma sono sostanzialmente due:

1) parte atletica
2) aspetto filosofico-culturale

Per quanto riguarda il punto 1), questo può essere a sua volta suddiviso in:

a) Esercizi preparatori
b) Schema della forma ed orientamento spaziale
c) Applicazioni del movimento
d) Peculiarità e caratteristiche

Parleremo quindi soltanto dell’insegnamento della forma nel suo aspetto più superficiale.

GLI ESERCIZI PREPARATORI

L’approccio alla forma deve essere sempre effettuato attraverso gli esercizi preparatori.

Questi comprendono sia una serie di esercizi di ginnastica che preparano la struttura corporea ad essere idonea allo svolgimento della forma, che una serie di movimenti (solitamente tratti dalla forma stessa) che allenano lo studente al movimento dinamico che richiederà la corretta esecuzione della forma stessa.

E’ con gli esercizi preliminari e propedeutici infatti che lo studente acquisirà le fondamentali doti di equilibrio e di coordinazione richieste dal livello di difficoltà della forma in studio.

Di contro, il perfezionamento delle su citate doti insieme allo sviluppo della “velocità di esecuzione”, della “intenzione” e del “respiro” si svilupperanno successivamente con la costante corretta e continua esecuzione della forma.

Terminata la prima fase di lavoro, l’insegnante sceglierà se cominciare subito con lo studio dello schema, o premettere lo studio superficiale delle applicazioni.

Ambedue gli approcci sono egualmente validi, e la scelta dell’uno o dell’altro dipenderà dalle caratteristiche psico-fisiche dello studente.

Di norma infatti lo studente più portato al combattimento o di mentalità più pratica, che necessiti psicologicamente di un immediato riscontro, apprende più facilmente ed in tempi più rapidi dando al movimento un senso pratico che solo l’applicazione può dare.

Lo studente che invece si avvicina alla forma per il piacere del movimento, realizzandosi nell’armonia dello stesso, per il quale l’applicazione nel combattimento rappresenta non il fine, ma una conseguenza dell’apprendimento, sarà più opportuno che inizi lo studio dallo schema base della forma.

STUDIO DELLO SCHEMA E  ORIENTAMENTO SPAZIALE

La forma va solitamente insegnata a sezioni, in quanto essa stessa è composta da serie di movimenti che possono essere estrapolati e costituire una sezione a se stante.
Intere sezioni o parte di esse erano  già presenti  negli esercizi preparatori.
Saranno ancora le caratteristiche psico-fisiche dello studente a far scegliere all’insegnante se far studiare superficialmente tutta la forma per poi approfondirla successivamente, o procedere  più lentamente, sezione per sezione, ma in  maniera più approfondita.
I tempi di insegnamento sono sovrapponibili, e la scelta del metodo dipenderà, come già detto, dalle qualità dello studente, e non dal capriccio dell’insegnante.

LE APPLICAZIONI

Capitolo importantissimo nello studio della Forma, le applicazioni costituiscono  “l’anima” della forma stessa.
Le applicazioni  aiuteranno la crescita e lo sviluppo dello studente.
Ogni movimento della forma racchiude in se un concetto sul quale si sviluppa l’  applicazione dello stesso.
La disamina dell’applicazione, porterà lo studente allo studio ed alla riscoperta delle possibili varianti del movimento, sempre però nel rispetto del concetto che quel movimento  contiene.
E’ interessante constatare come lo studente cambi radicalmente il modo di interpretare la forma passando da un livello di applicazioni a quello superiore.

LE PECULIARITA’

Ultima fase di studio sono le “Peculiarità” della forma.
Intendiamo per peculiarità una caratteristica tipica che si discosta dai canoni comuni che avvicinano i vari stili.
Premesso che non tutte le Forme  posseggono peculiarità, la conoscenza di queste caratteristiche completa e valorizza la forma.

5.    Lo studio delle “armi”

L’impiego di un’arma nel Taiji Quan costituisce lo step successivo allo studio delle forme a mani nude.

La considerazione sopra espressa, è frutto della mia personale esperienza nel Taiji Quan, che mi ha evidenziato come, con un’arma in mano gli equilibri del corpo cambiano completamente: è più difficile muoversi, e soprattutto, il Chi (l’Energia Interna) che dovrebbe raggiungere l’apice dell’arma, se va bene, si ferma al polso e alla mano, e l’ arma perde “vigore”, rimanendo solo un oggetto nella mano dell’ allievo, completamente estraneo al suo essere.

E’ evidente che l’uso del Ventaglio e l’uso della Spada non sono la stessa cosa, ognuno ha delle difficoltà legate alle caratteristiche dell’arma stessa.

Il ventaglio, è un’ arma piccola  molto coreografica, potenzialmente dotata di grande personalità, il rischio è quello di praticare la forma e farla sembrare una coreografia di danza invece che un combattimento.
L’ esecuzione della forma, infatti, esalta le qualità di grazia, eleganza, leggerezza, mentre la  “marzialità”, se non evidenziata espressamente dal praticante, può risultare nascosta.
Per questa ragione è necessario ricordare all’allievo che il ventaglio è un’arma a tutti gli effetti.
Una seria difficoltà nell’esecuzione della forma con il ventaglio, sta nel fatto che il momento dell’apertura dello stesso bisogna mantenere tutto il corpo rilassato, interessando solo il polso per il movimento di apertura indirizzando l’intenzione sull’apice del ventaglio.

La spada, invece, ha dimensioni e peso indubbiamente diversi rispetto il ventaglio, e ciò crea altri tipi di difficoltà.
Inizialmente è solo la mano di una praticante che impugna un’ “arma sportiva” (un attrezzo più o meno pesante a cui è attaccata una barra piatta di metallo) per eseguire semplicemente una serie di movimenti preordinati , una “forma”, ovvero una sequenza di parate, colpi e affondi.

Il tutto si ripete e si ripete, fino a che non si memorizza grossolanamente la concatenazione dei movimenti.
Questa ripetizione continua di sequenze, diventa, una ricerca silenziosa di perfezione del gesto e armonia della forma.

…la spada non deve essere tenuta serrata nel pugno, ne tanto meno consentirgli di muoversi liberamente a seguito del suo peso,…ma va gestita come se fosse il “sesto dito2 della nostra mano…

Agile, leggera, la sensazione è quella di  volare con la Spada in mano, ma nello stesso tempo, molto “marziale”: precisa ed efficace nell’affondare i colpi.
Il movimento parte dal centro del corpo, dal Tan Tien, e si irradia attraversando tutto il corpo, fino alla punta della Spada, creando un’ armonia eccelsa di forma, potenza e stile.
L’ aspirazione ultima è quella di diventare un tutt’uno con la Spada, un insieme unico dove i movimenti diventano istintivi.

Lo studio delle Forme a mani nude e quello delle armi del  Taiji Quan rappresenta, da sempre la ricerca di una “Armonia” interiore ed esteriore.

+ Propriocezione

Sapere in quale posizione ci si trova, sempre, anche ad occhi chiusi, migliora la nostra capacità di reagire ad eventuali stimoli esterni tendenti ad alterare la nostra posizione nello spazio. Ma come fa il nostro corpo a mantenersi in equilibrio e a stare eretto? Come riesce a rispondere sempre nella maniera migliore alle continue sollecitazioni che riceve dal mondo esterno?
È una complessa struttura anatomica, che si compone di centri e vie nervose e di strutture, come ad esempio i muscoli, che rispondono ai comandi che arrivano dal sistema nervoso. C’è un continuo scambio di messaggi tra l’ambiente esterno e quello interno, quasi una centrale telefonica che smista le informazioni tra muscoli, tendini e sistema nervoso centrale. Questo particolare sistema dà vita a una sensibilità particolare, che si chiama propriocettività.
La capacità propriocettiva è una particolare sensibilità, grazie alla quale l’organismo ha la percezione di sé in rapporto al mondo esterno. Infatti, non sono solo la vista, l’udito o il tatto a informare come si posiziona il corpo nella realtà, ma la sensibilità propriocettiva che permette di sentire il movimento di un braccio o di una gamba anche quando gli occhi sono chiusi e consente al corpo di muoversi al meglio.

La propriocettività è una componente importante dei meccanismi che controllano e stabilizzano la postura, cioè la capacità di mantenere una posizione del corpo e degli arti e il loro orientamento nello spazio. Per eseguire un movimento sono necessari continui “aggiustamenti” posturali; ancora più importanti appaiono questi aggiustamenti nelle attività sportive: l’esecuzione del gesto tecnico richiede modifiche continue della posizione del corpo, in assenze delle quali l’atleta non sarebbe in grado di mantenere l’equilibrio. Lo stesso vale, più banalmente quando si passa da un appoggio su due piedi a un appoggio su un piede solo, oppure quando si devono salire le scale. Ogni volta che ci si mette in una situazione di “disequilibrio”, il sistema nervoso reagisce fornendo una immediata risposta ai “sensori” che lo avvertono della instabilità pericolosa. Si attuano subito degli automatismi che “risistemano” il corpo nello spazio. Non si tratta di risposte volontarie, che richiederebbero un tempo troppo lungo, ma automatismi inconsapevoli: esiste un “programma” già impostato che l’organismo applica senza sforzo.

I PROPRIOCETTORI

Le informazioni vengono smistate al sistema nervoso centrale dai propriocettori. Questi consistono in strutture specializzate (presenti nelle articolazioni, nei muscoli e nella cute), che inviano messaggi, assieme ad altre strutture specializzate, come gli occhi incaricati di mandare informazioni visive, l’orecchio interno che avverte della situazione di equilibrio (informazioni vestibolari), le viscere sensibili al benessere e al dolore.
Tutte queste informazioni giungono al sistema nervoso centrale, dove viene elaborata una risposta, che viene immediatamente “rimandata” ai muscoli, dove si traduce nell’esecuzione di movimenti poco dispendiosi e coordinati.

I CANALI DI PERCEZIONE

Qualcuno percepisce il mondo principalmente tramite la vista, altri attraverso l’udito e altri ancora tramite il tatto. La realtà viene di solito percepita dal canale predominante, che, nella cultura occidentale, la vista, seguita dall’udito.
Canale visivo = vedere
Canale uditivo = sentire
Canale propriocettivo = toccare/sentire il corpo
Canale cinestesico = muoversi

LA PERCEZIONE DEL CORPO NELLO SPAZIO

Di solitamente non si avverte la differenza tra una posizione e un’altra; per esempio, si conosce poco la diversità delle sensazioni provate nel ruotare a destra o a sinistra la testa; così, come non si possiede la consapevolezza del proprio corpo e di parte di esso nello spazio. Dovremmo imparare, chiudendo gli occhi, a percepire gli stimoli che ci arrivano dall’ambiente esterno, diventandone consapevoli. Dovremmo imparare a “sentire” la parte del corpo che si muove e avvertirne il peso, il calore, la sua posizione nello spazio. L’autopercezione aiuta a prendere coscienza di tutti i cambiamenti, anche i più piccoli, che avvengono nel corpo.
Ecco qualche esempio: che sensazione si prova quando si muove il braccio in una direzione? E in quella opposta? Iniziare ad ascoltare e cercare di percepire le sensazioni di rigidità, di contrazione, di rilassamento, di caldo e di freddo. Sforzarsi di sentire il corpo e di capire cosa vuole comunicare.
Anche nella respirazione si creano micromovimenti che le singole vertebre producono continuamente quando si respira. Si deve iniziare ad avere coscienza del corpo nello spazio; rieducare l’atteggiamento corporeo, modificare i vizi di posizione che si accentuano con il passare del tempo, evitare movimenti ripetitivi sbagliati.

LA PROPRIOCEZIONE

Il concetto di propriocezione o priopriocettività si è sviluppato e modificato nel tempo. Oggi, grazie ai più recenti studi scientifici, si possono distinguere una componente cosciente, detta “propriocezione“, e una incosciente chiamata “archeopropriocezione“.

La propriocezione cosciente

La propriocezione cosciente comprende:

1 la sensazione di posizione articolare: questa avverte della posizione in cui si trova un arto. Per esempio, quando si tiene un braccio alzato, fermo sopra la testa, anche se non lo si guarda, l’organismo sente che è in quella posizione.
2 La sensazione del movimento articolare (cinestesia): se si muove il braccio, si avverte il suo movimento nello spazio.

 

L’Archeopropriocezione incosciente

Quando si cammina, ci si rende conto dell’ambiente circostante senza pensare ai muscoli che si muovono, all’equilibrio, alla postura. Tutto funziona in automatico. Questa è l’archeopropriocezione incosciente, che è alla base dei riflessi che rendono stabile il corpo. È un sistema automatico che non coinvolge la coscienza.
Essa interessa le strutture più primitive sviluppate nel corso dell’evoluzione: il midollo spinale e il tronco dell’encefalo, cioè la massa cerebrale contenuta nel cranio (cervello, cervelletto, midollo allungato).

POSTURA E CARATTERE

Lo psicologo Willem Reich, che ha introdotto il concetto di “armatura caratteriale“, ssteneva che il carattere si esprime negli atteggiamenti posturali, nelle posizioni che si assumono e non solo nelle espressioni e comportamenti tipici della persona.
L’armatura caratteriale influenza lo sguardo, il tono della voce, il ritmo delle parole. Altrettanto può fare con la respirazione, provocando rigidità muscolari croniche. Lowen ha perfezionato il concetto, evidenziando come ogni blocco emotivo possa comportare un blocco nel flusso di energia, ostacolando respiro e movimento.
I “conflitti” si strutturano nel corpo sotto forma di tensioni muscolari croniche e come tutte le armature, anche quella caratteriale limita la motilità e la sensibilità e, attraverso una respirazione inadeguata, causa un aumento dell’ansia e dell’irritabilità. Il lavoro sul corpo aiuta a percepire la propria rigidità come limitazione all’auto espressione. Per Painter questa “armatura” spesso impedisce la fuoriuscita delle emozioni che sono state congelate, trattenendo energia. È come se il corpo esprimesse un rifiuto di crescere e di vivere, a causa di blocchi del passato creati per proteggersi da esperienze spiacevoli, ma che persistono come se il pericolo fosse ancora atteso. La ginnastica propriocettiva, con l’aiuto di trattamenti psicologici, aiuta a togliere questa armatura.

+ QI GONG

qi_gong

Il Qi Gong è la scienza cinese della respirazione, prende il nome dalle due parole da cui è composta: Ci (o Chi o C’hi o Qi) che vuol dire respiro, aria,  “energia vitale”), e Kung, che significa esercizio, quindi letteralmente Qi Gong = “esercizio di respirazione“. E’ difficile stabilire con certezza quali siano le origini del Qi Gong, infatti esso può vantare una storia millenaria in cui nella realtà e nella leggenda, sciamani dei primordi ed eminenti personalità della Cina Classica hanno contribuito alla sua creazione.

E’ certo che il Qi Gong, nella forma in cui lo conosciamo oggi, era una branca del Taoismo: già Lao Tzu, suo fondatore, sottolineò l’importanza della respirazione (insieme all’alimentazione e ad alcune regole igieniche) come strumento per il raggiungimento dell’immortalità e dell’estasi. Ma fù un altro grande padre del Taoismo, Chuang Tzu, vissuto nel III secolo a.C., a raffinare le tecniche di respirazione e ad unirle con la meditazione.

Il Qi Gong si fonda sul fatto che ogni individuo possiede dentro di se una benefica energia vitale interiore, impossibile da localizzare in un punto esatto del corpo umano, ma canalizzabile in qualsiasi punto dell’organismo grazie all’esercizio respiratorio e alla meditazione.

Mentre in Occidente il Qi Gong è conosciuto principalmente dai praticanti di Arti Marziali, in Oriente il Qi Gong è una scienza studiata e conosciuta da tutti, tanto che sono stati classificati 260 modi di respirare. Esso è praticato in molti ospedali per curare i malati.

Esistono quattro “scuole” di Qi Gong:

CONFUCIANI: il cui obiettivo è quello di accrescere la forza fisica per adempiere meglio ai propri doveri quotidiani.
GUARITORI: il cui obiettivo è quello di accrescere l’equilibrio del chi per il benessere del corpo.
TAOISTI: (origine Cinese) il cui obiettivo è quello di conquistare l’immortalità e l’estasi con la pratica del Qi Gong e dell’Alchimia Corporea.
BUDDHISTI: (origine Indiana) il cui obiettivo è rasserenare la mente e favorire la circolazione del Chi attraverso la meditazione e gli esercizi di respirazione.

 

Benefici

I benefici del Qi Gong sono notevoli; la respirazione è, infatti una delle funzioni vitali dell’Uomo, che nasce inspirando e muore espirando, mentre durante il suo ciclo vitale si “nutre” d’aria.

Seppure sia una cosa del tutto naturale, spesso trascuriamo l’importanza di una corretta respirazione, e , se riuscissimo a dedicare, anche solo, pochi minuti al giorno a queste tecniche, otterremmo considerevoli effetti:

  •     Maggior volume di scambi gassosi a livello polmonare
  •     Stimolazione degli organi interni per l’azione meccanica del diaframma
  •     Miglioramento della risposta fisica e mentale allo sforzo
  •     Allontanamento della soglia della fatica
  •     Favorire l’accumulo di energia apportando nutrimento ai muscoli
  •     Promuove il rilassamento muscolare e la distensione mentale, combattendo lo stress e predisponendo a impegni gravosi
  •    Il rilassamento psicofisico, conseguente al punto precedente, è il terreno fertile, per la spontanea presa di coscienza del proprio mondo interiore e con questa nuova consapevolezza armonizzarsi ai fenomeni naturali.

Naturalmente questi sono gli aspetti più superficiali di tale pratica.

Wai Dan e Nei Dan

I diversi metodi di Qi Gong si possono raggruppare in due famiglie:

  •     i sistemi Wai Dan agiscono principalmente a livello osteo-articolare e muscolo-tendineo, dando più risalto al movimento, mentre respirazione e visualizzazione sono da esso condizionati;
  •     i metodi Nei Dan riguardano principalmente l’aspetto cardio-vascolare ed energetico, mettendo in primo piano la respirazione e la visualizzazione; il movimento ricopre un aspetto secondario, a volte irrisorio, tanto che molti sistemi prevedono l’immobilità.

Il più delle volte le sequenze Nei Dan sono un insieme di movimenti estrapolati dalle “Forme” dello stile di riferimento, tipo: Taiji Quan, Ba Qua, Shaolin, ecc.; ma è l’assumere e mantenere determinate posture, concentrandosi sul respiro, i suoi ritmi, la sua profondità e visualizzando o recitando formule verbali (simili ai “mantra”) l’aspetto primario di questo tipo di Qi Gong.

Comunque Wai Dan e Nei Dan sono complementari, l’uno senza l’altro risulta poco efficace; insieme concorrono all’ottimizzazione del lavoro energetico e del rinnovamento cellulare, in una parola del “lavoro interno”.

+ Programmi d'Esame